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La scimmia nuda e il collasso

Ho appena letto, con 40 anni di ritardo, "La scimmia nuda" di Desmond Morris - "Esistono centonovantatre speci viventi di scimmie, con coda e senza coda; di queste centonovantadue sono coperte di pelo. L'eccezione è costituita da uno scimmione nudo che si è auto-chiamato Homo sapiens" - e sto leggendo, con maggiore puntualità "Collasso". Come le società scelgono di morire e vivere" di Jared Diamond, autore, tanto per stare in tema, di "Il terzo scimpanzè".

Diamond studia casi antichi, Isola di Pasqua, Maya, Groenlandia, … e moderni, Ruanda, Montana, …, di civiltà collassate, a rischio di collasso o che sono riuscite ad evitarlo. Ne analizza i fattori, fra cui, in molti casi lo sfruttamento "non compatibile" dell'ambiente.
Una curiosità: io ho sempre pensato all'Islanda come ad una natura "estrema" - fuoco, ghiaccio, acqua e vento - ma incontaminata. Scopro invece che "l'Islanda è il paese più devastato d'Europa. A partire dall'epoca dell'insediamento vichingo, gran parte della vegetazione è stata distrutta e circa la metà del suolo originario è stato eroso e trascinato nell'oceano … vaste estensioni del territorio, verdi al tempo dell'arrivo dei primi uomini, sono ora ricoperte dal grigiore di un deserto …".

Insomma, non siamo stati i primi a danneggiare seriamente l'ambiente. Chi viveva in un ambiente territorialmente limitato - come l'isola di Pasqua - portato al collasso, ne ha subito le conseguenze. Altri invece potevano spostarsi, far fronte ai problemi legati all'aumento della popolazione espandendosi su territori "nuovi".

Una scimmia, dotata di pelo o nuda che sia, non può che imparare a partire dalla propria esperienza (gli islandesi hanno imparato abbastanza da evitare il collasso e non essersi estinti).
Ma noi - la maggior parte delle popolazioni di scimmie nude - siamo gli eredi di società non collassate perché esistevano sempre nuovi territori da occupare e sfruttare.
Scriveva Morris nel 1967, epoca di viaggi spaziali, in riferimento alla progressiva sovrappopolazione del pianeta, che la soluzione potrebbe essere "… una rapida diffusione della nostra razza su altri pianeti". Lo scriveva uno scienziato, non uno scrittore di fantascienza!
Forse è qui il ritardo che abbiamo, come specie, nell'affrontare il problema dell'uso compatibile delle risorse: quarant'anni fa pensavamo ancora di poter risolvere il problema allargandoci.

Siamo, per la prima volta, di fronte alla consapevolezza che non ci sono altri territori da sfruttare. Non è la prima volta che il problema si presenta, ma chi, come gli abitanti dell'isola di Pasqua, lo ha già vissuto, non aveva inventato la scrittura e non ce ne ha lasciato documentazione.

Pubblicato il 14/8/2007 alle 17.46 nella rubrica Letture.

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